Il delitto perfetto della metropolitana milanese

[Due giorni fa sono rimasto “prigioniero” della metropolitana milanese. Oggi è uscito sul Corriere della sera un mio pezzo su quella vicenda. Ecco l’inizio]

Quello che si sarebbe trasformato in un collettivo viaggio della speranza per il sottoscritto inizia poco dopo le 17 alla fermata Bande Nere della M1. La banchina è piena di gente: tutti usciti prima dal lavoro per evitare di rimanere appiedati dallo sciopero. Routine, sono così frequenti queste astensioni dal lavoro che ormai ci siamo abituati e abbiamo preso le nostre contromisure. O così credevamo. Appena salito sul convoglio, dopo un buon dieci minuti d’attesa, non va tanto male, anzi; alla fermata di Cadorna trovo addirittura un posto a sedere. Un vero colpo di fortuna perché alla stazione successiva, quella di Cairoli, il treno su cui viaggio si fermerà per poi ripartire dopo più di due snervanti ore d’attesa. L’altoparlante ripete ogni dieci secondi che siamo fermi per permettere i soccorsi a un passeggero nella stazione di Lima

Il resto dell’articolo potete leggerlo qui.

La Milano oscura? La racconto in un pezzo su Vogue

Oggi sul portale di Vogue, il prestigioso mensile di moda, è stato pubblicato un mio articolo sulla Milano Criminale.
Il pezzo è corredato da una bella galleria fotografica dell’epoca.
Ecco le prime righe dell’articolo.

Cosa ci ha affascinato – e ci affascina tuttora – in alcuni dei più celebri episodi di nera avvenuti a Milano negli ultimi cinquant’anni? Sicuramente il mistero, l’enigma ma anche l’audacia e la sfrontatezza dei protagonisti di quei colpi entrati ormai nell’immaginario collettivo. Il crimine, sotto la Madonnina, lo si respira ancora oggi in centro come in periferia, nei bar di quart’ordine come nei locali alla moda ma quando è cominciato tutto?

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La mia Bassa sul Corriere della Sera

Oggi sull’allegato nazionale del Corriere della Sera, ITALIE, è stato pubblicato un mio pezzo dedicato alla Bassa.
Cinquemila battute in cui ho cercato di raccontare la mia terra, i suoi cambiamenti, il grande fiume che l’attraversa, la gente che la popola, la nebbia d’inverno e l’umidità d’estate. Il cibo e le emozioni. Lo spazio era esiguo ma l’essenza credo si colga. Buona lettura.

Quando Bukowski si grattava

[L’articolo seguente è apparso sull’edizione del 20 agosto 2009 del quotidiano Il Riformista. Il mio personale ricordo di Fernanda Pivano]

“Avresti dovuto brindare con me. Ma è stato bello comunque”.
E’ la dedica, scritta su un foglio a righe di quaderno, di Charles Bukowski che Fernanda Pivano mi mostrò la prima volta che la incontrai, anni fa, nel suo bell’appartamento affacciato sui giardini della Guastalla, a Milano.
All’epoca – io scrittore in erba, emerito signor nessuno, ancora lontano dal pubblicare romanzi gialli, dai premi e dalle traduzioni – mi ero messo in testa di scrivere un libro sull’autore americano. Sapevo che lo scrittore e Fernanda si erano conosciuti in California all’inizio degli anni Ottanta quando lui le concesse una lunga intervista, diventata poi il libro Quello che importa è grattarmi sotto le ascelle (Feltrinelli). Da quel momento in avanti divennero buoni amici, rimanendo sempre in contatto.
Quando la contattai chiedendole di poterla incontrare, Nanda fu subito affabile e disponibile. Il suo numero lo si trovava sull’elenco del telefono per dirvi quanto fosse alla mano.
Bastò la mia passione per Bukowski come lasciapassare: lei è sempre stata ben disposta verso chi si interessava ai suoi amici scrittori. “Ce n’è così bisogno!”, ripeteva.
Trovarmela davanti fu una grande emozione: per me rappresentava un mito vivente tanto che entrare nella sua casa, tra pile di libri e lattine di Coca-Cola – che durante il nostro dialogo ha bevuto senza sosta – all’inizio mi lasciò un po’ disorientato. Durò solo un istante però: subito mi mise a mio agio. Iniziammo a parlare di letteratura americana e mi scordai di tutto il resto. Parlava di Bukowski con occhi sognanti ricordando lucidamente dettagli, dialoghi e situazioni. Passava con nonchalance a citazioni di “papa” Hemingway, di Jack Kerouac o di Allen Ginsberg. Sorridendo e compiacendosi del fatto che lei, amica dei più grandi ubriaconi della storia della letteratura americana, era sempre stata astemia. Fu su quella frase che mi mostrò la dedica del mio autore preferito. Il mio libro uscì qualche mese dopo ed ebbe un certo successo. Il titolo lo suggerì lei: Bukowski scrivo racconti poi ci metto il sesso per vendere (Stampa Alternativa).
Oggi io la voglio ricordare così: sorriso dolce e occhi sorridenti mentre beve Coca-Cola e mi parla di Bukowski. Adesso sarà con “papa” Hem, coi suoi adorati Beat, con De André… Ciao Nanda.

Stilos adieu?

La notizia è arrivata come un fulmine a ciel sereno, ieri mattina. Il direttore di Stilos, il quindicinale di critica letteraria, ha scritto a tutti noi collaboratori per informarci che quello in edicola oggi sarà l’ultimo numero della rivista.
Ci siamo rimasti tutti male perché Stilos era un bel posto. Un luogo libero e intelligente dove parlare di letteratura, scrittori e libri. Un luogo dove ci si trovava a proprio agio e che ora, per ragioni economiche, chiude i battenti. Molti di noi hanno offerto il loro supporto per vedere se si può fare qualcosa: fondare una cooperativa, rilevare la testata… Fino ad ora non si è deciso nulla.
Quello che mi fa riflettere è lo stillicidio di riviste culturali che è in atto da qualche tempo. Prima Noir Magazine, poi Il Falcone Maltese, oggi Stilos. Le ragioni? Difficile dirlo. Economiche certamente. O semplici a ben vedere: già la gente non ama spendere i propri soldi per acquistare libri, figurarsi spenderli per leggere le recensioni degli stessi…
Quando le recensioni sono gratis, però, il discorso cambia. Gratis è la parola magica per tutto.
Io ritengo che il futuro sia la rete ché le recensioni online sono lette ed apprezzate anche a distanza di tempo. Sono sempre lì, nascoste fra le pieghe dei motori di ricerca, pronte a soddisfare le nostre curiosità. Anche il web però non è gratis, e non si potrà andare avanti all’infinito così. Ne ho parlato in un pezzo apparso su Europolar che trovate a questo indirizzo. Quale futuro dunque? Insieme a qualche amico abbiamo un progetto: un freepress culturale. Per ora, però, non posso dirvi di più…

La strategia dell’ariete

[Da STILOS]

Quattromila e cinquecento anni di storia, quattro autori (Jadel Andreetto, Bruno Fiorini, Guglielmo Pispisa e Aldo Soliani) provenienti da quattro città diverse con una passione in comune: la scrittura. Nasce così la “Strategia dell’Ariete” il nuovo romanzo dell’ensemble narrativo Kai Zen in cui si racconta di una sostanza segreta chiamata Al-Hàrith, custodita e temuta, attraverso i secoli da una moltitudine silenziosa e segreta. La storia prende il via dall’antico Egitto per poi attraversare la Cina degli anni Venti, il Paraguay degli anni trenta popolato da una singolare comunità ariana fino ad arrivare nell’america degli anni cinquanta…
Una galoppata narrativa che Stilos ha voluto farsi raccontare dagli autori.

Cosa vuol dire Kai Zen e qual è l’origine del vostro nome?
In giapponese significa “in continuo miglioramento” ed è una tecnica di auto motivazione, molto usata in ambito aziendale. Schiere di colletti bianchi che ripetono in coro slogan come “siamo i più forti, siamo i migliori”, cose così. Ma questo non ha nulla a che fare con noi, in realtà Kai Zen era il nome di una fantomatica band di rock industriale citata in uno dei capitoli del primo progetto di scrittura collettiva cui abbiamo partecipato, “Ti chiamerò Russell”. Ci è piaciuto e lo abbiamo scelto per come suonava, la pigrizia ha fatto il resto. Leggi tutto “La strategia dell’ariete”