James Ellroy e l’arte di portarti subito nel cuore della storia: American Tabloid

Oggi, dopo un po’ di tempo, riprendo questa rubrica pubblicando un incipit di un grande scrittore: James Ellroy.
In poche righe l’autore ci proietta subito all’interno della storia, ci fa capire con che linguaggio e con che tono ce la racconterà. Ci elargisce i dettagli di un’epoca quasi en passant. Insomma una garanzia sin dalle prime righe.
Ecco l’incipit di  American Tabloid

Si faceva sempre alla luce del televisore.
Alcuni latinoamericani agitavano armi da fuoco. Il capo del gruppo si piluccava insetti dalla barba e fomentava i suoi. Immagini in bianco e nero: tecnici della Cbs in divisa mimetica. Cuba, brutta storia, disse un annunciatore. I ribelli di Fidel Castro contro l’esercito regolare di Fulgencio Batista.
Howard Hughes trovò la vena e si iniettò la codeina. Pete lo osservò di soppiatto: Hughes aveva lasciato la porta della camera socchiusa.

Cent’anni di grande scrittura con Marquez

Quello che vi propongo oggi è l’incipit di un capolavoro assoluto. Un libro che si deve leggere d’istinto, senza soffermarsi troppo sui nomi (ci si perderebbe) lasciandosi trasportare. Alla fine ne uscirete arricchiti. Di che romanzo sto parlando? Ma di Cent’anni di solitudine dello scrittore colombiano Gabriel Garcia Màrquez per gli amici Gabo.

«Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito».

Vita da galera e da attore di Edward Bunker: voi glielo dareste un lavoro a uno così?

Edward Bunker di professione faceva il fuorilegge. Da sempre. Finché scoprì la propria vena letteraria e niente fu più come prima tanto da spingerlo perfino a recitare nel film Le iene di Tarantino interpretando Mr Blue.
I suoi libri sono potenti ritratti criminali. Oggi vi propongo l’incipit del romanzo Come una bestia feroce e una chicca.
Ecco l’inizio:

Seduto sul cesso senz’asse nel retro della cella, ero intento a lucidare le orribili scarpe dalla punta bulbiforme che venivano fornite a chi stava per uscire. Mi attraversò la mente un canto di trionfo: “Domattina sarò un uomo libero”. Ma nonostante l’esultanza, la gioia di uscire dopo otto calendari sfogliati in prigione era tutt’altro che sfrenata. La lucidatura delle orrende scarpe non era tanto tesa a migliorare il loro aspetto, quanto ad alleviare la mia tensione.

La chicca è un passaggio contenuto nel romanzo, una lettera di presentazione che il protagonista scrive per cercare un lavoro. Notevole davvero!

bunkerGentile Signore,
ho una carriera di scassinatore dilettante, truffatore, falsario e ladro d’auto; ho anche una certa esperienza con la rapina a mano armata, lo sfruttamento della prostituzione, il gioco d’azzardo truccato e diverse altre attività. Negli anni Quaranta a dodici anni ho fumato marijuana, e a sedici mi sono fatto di eroina. Non conosco Lsd e metedrina, poiché sono divenute popolari dopo la mia incarcerazione. Ho importunato ragazzini e omosessuali, ma soltanto quando mi sono trovato costretto a fare a meno delle donne. Nel gergo di prigioni e bassifondi (e parlo di lussuosi bassifondi) sono un figlio di puttana. Da non interpretarsi in senso letterale, poiché mia madre neanche me la ricordo. Nel mio universo tale termine, usato nel modo in cui l’ha appena usato il sottoscritto, equivale a vantarsi di essere un duro, uno spietato, un personaggio pericolosamente imprevedibile, un virtuoso del crimine. Naturalmente, in quanto figlio di puttana nel mio mondo, nel vostro sono pura spazzatura. Avrebbe per caso un lavoro?

La gang del pensiero #incipitdelladomenica #libri

In questa domenica uggiosa voglio rallegrarvi la giornata con un incipit di quelli che ti lasciano senza fiato. Poche righe che ti portano subito dentro alla storia e che non ti lasciano scampo. Uno di quegli attacchi magistrali che valgono un romanzo intero.
Anche all’interno del libro, però, trovate vere e proprie chicche di scrittura (noir) come questa che vedete anche riportata nell’immagine qui sopra

Avere in mano una pistola è come essere dalla parte giusta di un dialogo socratico.

Di quale romanzo sto parlando? Ma de La gang del pensiero di Tibor Fischer!

Ecco l’incipit:

L’unico consiglio che posso dare, se per caso vi doveste svegliare in uno strano appartamento, in preda alle vertigini, con un’emicrania post sbronza saldamente installata nella testa, senza uno straccio addosso, senza il benché minimo ricordo di come siate finiti lì, mentre la polizia sta buttando giù la porta a mazzate con un sottofondo di latrati di cani infuriati, e vi ritrovate per di più circondati da mucchi di riviste patinate con foto di bambini intenti a compiere atti osceni decisamente da adulti, l’unico consiglio che posso dare, ripeto, è questo: cercate di comportarvi in maniera educata e di mostrarvi di buon umore.

Personalmente lo trovo un attacco straordinario tanto che, lo confesso, mi ci sono sono ispirato per l’incipit del mio romanzo L’ira funesta.

Barney Panofsky e la sua versione magistrale #incipitdelladomenica #libri

La domenica è sempre un giorno strano. A me mette tristezza perché precede il lunedì. A parte questo, però, la domenica è anche uno dei momenti migliori per leggere. Non libri qualsiasi, badate bene,  ma buoni libri perché la vita è troppo breve per sorbirsi letteratura scadente…
Ecco allora che ho pensato d’inaugurare questa rubrica dal titolo Gli incipit della domenica. A dire il vero non so quando durerà, con che costanza la aggiornerò e così via, però se non comincio non lo saprò mai giusto?
Qualche giorno fa, insieme a due amici scrittori, Alessio Romano e Alcide Pierantozzi, abbiamo parlato di un romanzo, un capolavoro assoluto: La versione di Barney scritto da Mordecai Richler e pubblicato qui in Italia da Adelphi.
Ora non mi voglio dilungare a dirvi quanto è straordinario questo romanzo (se ho deciso di consigliarlo e di inaugurare la rubrica con lui è perché lo trovo buono, no?) vi lascio però con l’incipit (che è poi lo scopo di questa rubrica) e anche col trailer del film che ne hanno tratto (anche quello non male, ma guardatelo solo dopo aver letto il romanzo mi raccomando).

Tutta colpa di Terry. È lui il mio sassolino nella scarpa. E se proprio devo essere sincero, è per togliermelo che ho deciso di cacciarmi in questo casino, cioè di raccontare la vera storia della mia vita dissipata. Fra l’altro mettendomi a scribacchiare un libro alla mia veneranda età violo un giuramento solenne, ma non posso non farlo. Non posso lasciare senza risposta le volgari insinuazioni che nella sua imminente autobiografia Terry McIver avanza su di me, le mie tre mogli (o come dice lui la troika di Barney Panofsky), la natura della mia amicizia con Boogie e, ovviamente, lo scandalo che mi porterò fin nella tomba. Il tempo, le febbri, questo il titolo della messa cantata di Terry, è in uscita per i tipi del Gruppo (chiedo scusa, il gruppo, si scrive così), una piccola casa editrice di Toronto che gode di lauti sussidi governativi e pubblica (su carta riciclata, potete scommetterci la testa) anche un mensile, «la buona terra».