Sindrome da Clark Kent ovvero pubblicare con pseudonimo

Avete scritto un romanzo. Avete anche trovato l’editore (magari mettendo a frutto questa strategia) e ora siete assaliti da un dubbio: pubblicare col vostro nome o con uno pseudonimo?
L’argomento, come accade ultimamente, mi è stato suggerito da uno di voi che mi ha scritto:

Mi sto avvicinando alla pubblicazione tramite il crowdfounding e vorrei usare uno pseudonimo.

Personalmente non sono contrario agli pseudonimi. Se siete esordienti, poi, di controindicazioni non ne vedo molte: semplicemente preferite un nom de plume al vostro, come Superman. Legittimo. Certo se scegliete uno pseudonimo straniero il discorso è differente. Mi spiego: se il vostro romanzo è ambientato a Roma e l’autore che l’ha scritto è chiaramente un italiano il fatto che il nome in copertina sia John Brown a me, come lettore, suona strano. E anche fastidioso.
Se invece ambientate la vostra storia in una realtà distopica o scrivete una saga fantasy i cui protagonisti hanno anche loro nomi strani tipo Ugurz be’ uno pseudonimo straniero ci sta tutto.
Il nome in copertina conta quando avete già un venduto alle spalle (come lo definiscono gli addetti ai lavori) all’esordio potete giocarvela.
C’è però una controindicazione.
Il limite di questa operazione per un esordiente è: volete apparire e quindi presentare il vostro romanzo o tenere segreta la vostra identità (che poi sarebbe la ragione per cui avete scelto lo pseudonimo)?
Se la riposta è la seconda tenete presente che ben pochi editori – a meno che non vi siano ragioni particolari che lo giustifichino – vi permetteranno di rimanere nell’ombra; oggi un libro bisogna presentarlo e, specialmente all’inizio, un autore ha bisogno di stare sotto ai riflettori.

L'autore Paolo Roversi

Scrittore, giornalista, sceneggiatore e organizzatore di festival crime. Grande appassionato di tecnologia. Tutto in ordine sparso. Bio completa qui

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