Un rosso speciale: Solo il tempo di morire degustato da Simone Sarasso

Nella tappa novarese del Premio Bancarella, che si è tenuta il 17 giugno 2015, è stato chiesto a giornalisti e scrittori di raccontare il libro di un finalista come se fosse un vino. A me è toccato in sorte il grande Simone Sarasso che ha descritto con le parole che trovate qui sotto il mio romanzo. Confesso che sono ancora un po’ commosso. Grazie di cuore a Simone per questo regalo!

sarassosoloiltempoRaccontare un libro come se fosse un vino, ecco cosa mi è stato chiesto. Io non sono un esperto né di libri né di vini anche se ne scrivo, ne leggo e ne bevo parecchi. Tuttavia, dato il mestiere che faccio, credo di essere in grado di trasfigurare le parole per farvi assaporare (e siamo già dentro, gente!) lati inaspettati dell’ultima fatica letteraria del mio amico Paolo Roversi. Solo il tempo di morire è una ridda di sapori speciali, e inebria fin dalle prime pagine. È un libro sulla mala milanese dal 1972 al 1984. È il seguito di un altro grande romanzo, Milano Criminale, che raccontava gli albori della ligera, la piccola bonaria delinquenza di quartiere, e la sua trasformazione in un gioco pericoloso, pieno di guardie integerrime e ladri pronti a tutto.
Solo il tempo di morire è un romanzo maturo e corposo, la storia nera della città rossa.
Solo il tempo di morire è un rosso vizioso e appassionato.
Ma veniamo alle note di degustazione, per Dio! Non perdiamoci in ciance.
Il naso viene travolto da odore di gomma bruciata, cordite, polvere da sparo. In seguito a un uso smodato e non attento o, semplicemente, frettoloso di questa storia, è tuttavia possibile avvertire addirittura un certo intorpidimento delle vie aeree, sissignore. È un romanzo pieno di neve, e le vicissitudini atmosferiche della capitale morale non c’entrano nulla. La famosa nevicata dell’85 è di là da venire, eppure Milano scia.
La bamba  balla in testa, le narici fanno festa.
E questo, sfogliando leggendo e assaggiando, si sente. Parola mia.
Arriviamo al palato, finalmente.
La bocca vibra di sapori locali. A chilometro zero, oserei dire.
C’è tanta lingua di strada in questo romanzo meraviglioso e mordace, parole che ravvivano le papille gustative. C’è la scighera, la benedetta nebbia milanese che adesso non c’è più. Ci son le dure, da fare rigorosamente accavallati, a viso coperto e col sangue che batte nelle tempie. Ci sono re e gandula, sempliciotti che conferiscono corpo alla bevuta, la rendono fluida, fluidissima e vivace.
Tre, tuttavia sono i gusti protagonisti. Quelli che sovrastano tutto il resto e rendono Solo il tempo di morire un vino… pardon! Un libro unico.
C’è una ventata di Sud: Catania la porta tutta con sé il carattere di Agostino Ebale, re della coca, biscazziere, farabutto pronto a tutto.
E naturalmente c’è il Nord: Roberto Vandelli, il milanesissimo bandito dagli occhi di ghiaccio (già protagonista di Milano Criminale) e Antonio Santi, lo sbirro democristo che non molla mai (con moglie comunista, si capisce) creano un contrappunto eterno, un’antilogia di sapori crudi e semplici. Il buono e il cattivo, l’eterno bianconero.
Franco Tarantino (un nome che è tutto un programma…), il boss delle bische con la Faccia d’Angelo, si occupa di conferire corpo e piccantezza alla beva, chiudendo il cerchio con la definitiva sapidità violenta.
So già che vi pare d’udire echi d’altre bevute, d’altre cantine, d’altre storie. Vallanzasca, Achille Serra, Epaminonda, Turatello… Non fatevi ingannare. Tutto quello che c’è dentro questa boccia… ri-pardon, queste pagine… tutto quello che ci troverete, dicevo, è originale e potentissimo.
E se tra un sorso e l’altro vi solleticherà il palato la triste vicenda d’un editore saltato in aria su un traliccio, o quella d’un anarchico precipitato dalla finestra della questura, o inizieranno a bruciarvi gli occhi per colpa d’una nuvola rosa che aleggia su Seveso….
Se, insomma, questa giostra di colori e sapori straordinari vi porterà indietro nel tempo, be’, amici miei, saprete che Paolo Roversi sa fare il proprio mestiere.
E consiglierete il suo capolavoro a parenti e amici.
Un applauso per Paolo Roversi e il suo rosso speciale, Solo il tempo di morire.

Ira funesta del gigante, gli intrighi della Bassa #GiornalediBrescia #irafunesta

GiornaleDiBresciaSabato scorso nella pagina dei libri del Giornale di Brescia è uscita una bella recensione del mio romanzo L’ira funesta a firma di Claudio Baroni.
Eccone un estratto:
Accanto all’intreccio del giallo, che c’è comunque tutto, il romanzo trae il suo fascino intrigante proprio nell’affresco di storie, drammi e follie di questa gente della Bassa, variegata gamma di universale umanità.

L’articolo completo può essere letto qui.

Cosmopolitan recensisce l’ira funesta #irafunesta

cosmopolitan
Paolo Roversi, giallista orgogliosamente padano, firma una storia noir (ma scritta con stile ironico e leggero) ambientata in un paesino di provincia della Bassa, dove l’atmosfera è placida e semplice, inevitabilmente anche un po’ inquietante. Un paese di quelli pervicacemente comunisti, soprannominato infatti Piccola Russia.
Comincia così la recensione che Cosmopolitan ha dedicato a L’ira funesta e che compare sulla homepage del sito del mensile.
Potete leggere qui la recensione completa.

Fra Don Camillo e Kill Bill: Wuz recensisce l’ira funesta #irafunesta

wuz
Per alcuni versi un certo modo di vivere, quel modo di essere provincia, è rimasto intatto, ma la Storia invece è andata avanti, e Roversi è bravo a sovrapporre senza stonare, tradizione e moderno, Don Camillo e Kill Bill
e ancora
Un campionario di personaggi strepitosi e surreali al punto giusto destabilizzano un territorio, quello della Bassa (la striscia di Pianura Padana che corre lungo il Po), che nell’immaginario letterario di molti, era il luogo delle disfide guareschiane. Paolo Roversi ci ambienta un giallo frizzante come un lambrusco, la coca cola che viene servita quasi di default nei bar della Bassa.

Sono due stralci della bella recensione pubblicata da Wuz.it uno dei principali portali letterari d’Italia. La recensione completa la potete leggere qui.