Charles Bukowski : aforismi (parte prima)

Quella per il vecchio Buk, chi mi conosce lo sa bene, è una mia vecchia passione. Iniziata quasi quindici anni fa e mai sopita. La storia di quel fatidico incontro l’avrò raccontata non so quante volte durante il Buktour del 2005 quindi, per non annoiarvi, non ve la ripropongo…
Un paio di giorni fa scritto un articolo su di lui che posterò in questo blog nei prossimi giorni: devo aspettare che lo pubblichino prima 😉
Nel frattempo vi regalo qualcuno dei suoi aforismi.

  • Il problema degli uomini che passano il tempo a ciondolare nei bar è che hanno un livello percettivo simile a quello del verme solitario.
  • Qual è la differenza fra un tizio che sta in galera e il tizio qualunque che incontri per strada? Il tizio che sta in galera è un perdente che ci ha provato.
  • La differenza tra dittatura e democrazia è che in democrazia prima si vota e poi si prendono ordini, in dittatura non dobbiamo sprecare il nostro tempo andando a votare. Leggi tutto “Charles Bukowski : aforismi (parte prima)”

E così vorresti fare lo scrittore?

Ricominciamo la settimana parlando di scrittura creativa, meglio del mestiere dello scrittore e dell’ispirazione. Lo faccio prendendo a prestito una poesia, intitolata E così vorresti fare lo scrittore? di un autore a me molto caro, Charles Bukowski, che in questi versi spiega cosa significhi fare il suo mestiere. E che consiglia, senza mezzi termini, col suo cinismo, la sua lucidità, la sua grandezza intellettuale, di lasciar perdere.

Se non ti esplode dentro
a dispetto di tutto,
non farlo.
a meno che non ti venga dritto dal
cuore e dalla mente e dalla bocca
e dalle viscere,
non farlo.
se devi startene seduto per ore
a fissare lo schermo del computer
o curvo sulla
macchina da scrivere
alla ricerca delle parole,
non farlo. Leggi tutto “E così vorresti fare lo scrittore?”

L’ammirazione di Charles Bukowski per Ernest Hemingway

Charles Bukowski aveva una sincera ammirazione per Ernest Hemingway di cui parla spesso nei suoi racconti.
Qui di seguito alcuni stralci.

Charles Bukowski
Cos’ha che fare questo, con qualsiasi altra cosa? pensai. cosa importa? la gente bada a fare le mosse che non contano.quando fai una mossa, tutto dovrebbe essere matematicamente previsto. questo è quanto Hemingway imparò dalle corride e mise in opera nelle sue opere. questo è quanto io imparo all’ippodromo e metto in pratica nella vita. il buon vecchio Hem e il vecchio Buk.
“pronto, Hem? sono Buk.”
“oh Buk, mi fa piacere sentirti.”
“pensavo di venire lì da te a bere un goccio.”
“oh volentieri, ragazzo, ma vedi, mio dio, insomma non sono in città per adesso, diciamo.”
“ma perché l’hai fatto, Ernie?” “hai letto quello che hanno scritto, no? dicono ch’ero fissato, che mi immaginavo le cose. dentro e fuori dal manicomio. dicono che mi figuravo che il telefono era sotto controllo, che la CIA mi pedinava, che mi spiavano. sai, non che facessi politica, ma ho sempre avuto rapporti con la sinistra. la guerra in Spagna e merdate del genere.”
“si, la maggior parte di voi letterati pendete a sinistra. sarà romantico, ma può trasformarsi in una trappola.”
“lo so. ma sul serio, avevo un mal di testa infernale, e sapevo di non essere più quello di una volta. e quando hanno preso sul serio Il vecchio e il mare, ho capito che il mondo era marcio.”
“lo so. tornasti al tuo stile d’un tempo. ma adesso non era più vero.”
“lo so, non era vero. poi son venuti il premio, gli incubi, la vecchiaia. e dai a bere come un rimbambito, e a raccontare storie a chiunque capitasse. dovevo farmi saltare le cervella.”
“okay, Ernie, ci vediamo.”
“si, senz’altro, Buk, senz’altro.”
riagganciò.
(…)
sicché eccomi là per la strada, Charles Bukowski, amico di Hemingway. Ernie, non ho mai letto Morte nel pomeriggio. dove me ne procuro una copia?

dal racconto Pazzia notturna per le strade
in STORIE DI ORDINARIA FOLLIA, Feltrinelli 1996

hemingway pugile

Lessi un libro al giorno. Lessi tutto il D.H. Lawrence che c’era in quella biblioteca. La mia bibliotecaria cominciò a guardarmi in modo strano, quando arrivavo col mio tesserino.
« Come va oggi? », mi chiedeva.
Una frase gentile. Mi faceva sentir meglio. Come se fossi andato a letto con lei. Lessi tutti i libri di D.H. Lawrence. E mi portarono ad altri libri. A quelli di H.D., la poetessa. A quelli di Huxley, l’amico di Lawrence. Li leggevo uno dopo l’altro, difilato. Uno tirava l’altro. Attaccai Dos Passos. Non era eccezionale, ma buono, abbastanza buono. Mi ci volle più di un giorno per leggere la sua trilogia sugli USA. Dreiser non era il mio genere. Sherwood Anderson sì. E poi arrivò Hemingway. Che roba! Lui sì che le sapeva metter giù, le frasi. Era una delizia. Le sue parole non erano noiose, le sue parole ti facevano ronzare il cervello. Bastava leggerle, abbandonarsi alla magia, e si poteva vivere senza dolore, pieni di speranza, non importava come.

da PANINO AL PROSCIUTTO, Sugarco

Scrivendo bisogna scivolare via. Le parole magari saranno monche e smozzicate, ma se scivolano via, allora c’è un piacere che rischiara tutto quanto. La scrittura accurata è una scrittura mortale. Credo che Sherwood Anderson sia stato fra i più bravi a giocare con le parole come fossero pietre, o pezzi di roba da mangiare. Lui DIPINGEVA le parole sulla carta. Ed erano così semplici che si sentivano flussi di luce, porte che si aprivano, pareti che luccicavano. Si vedevano tappeti, scarpe e dita. Lui aveva le parole. Delizioso. Eppure, erano anche come proiettili. Sapevano buttarti giù. Sherwood Anderson sapeva qualcosa, aveva l’istinto. Hemingway ce la metteva tutta. Nella sua scrittura si sente la fatica. Erano blocchi massicci messi insieme. Anderson sapeva ridere mentre ti diceva qualcosa di serio. Hemingway non sapeva ridere. Uno che scrive alzandosi alle sei del mattino non può avere alcun senso dell’umorismo. Vuole sconfiggere qualche cosa.

da Il CAPITANO È FUORI A PRANZO, Feltrinelli 2000

«Chi era il suo autore preferito?».
«Fante».
«Chi?».
«John F-a-n-t-e. Ask the Dust. Wait Until Spring, Bandini».
«Dove si trovano i suoi libri?».
«Io li ho trovati alla biblioteca comunale, in centro. Quinta e Olive, no?».
«Perché le piaceva?».
«Emozioni totali. Un uomo molto coraggioso».
«E poi?».
«Céline».
«Perché?».
«Gli hanno tirato fuori le budella e lui ha riso e ha costretto loro a ridere. Un uomo molto coraggioso».
«Lei crede al coraggio?».
«Mi piace vederlo dappertutto, negli animali, negli uccelli, nei rettili, negli esseri umani».
«Perché?».
«Perché? Mi fa star bene. E’ una questione di stile, che è l’unica cosa che ci resta».
«Hemingway?».
«No».
«Perché?».
«Troppo cupo, troppo serio. Un bravo scrittore, belle frasi. Ma per lui la vita era sempre guerra totale. Non si lasciava mai andare, non ballava mai».

da DONNE, Teadue 1998

Biografia di un vecchio sporcaccione

Charles Bukowski nacque nel 1920 ad Andernach una piccola cittadina tedesca nei pressi di Colonia. Figlio di un ex artigliere delle truppe americane, Charles si trasferisce tre anni dopo con la famiglia a Los Angeles, negli Stati Uniti. Qui trascorre l’infanzia costretto dai genitori a un quasi totale isolamento dal mondo esterno. Già si notano tuttavia i primi segni della sua vena ribellistica e di una fragile, confusa vocazione alla scrittura. A sei anni, era un bambino con un carattere già ben formato: schivo e impaurito, escluso dalle partite a baseball sotto casa, irriso per il suo tenue accento teutonico, manifesta difficoltà d’inserimento.

A tredici anni inizia a bere e a frequentare una chiassosa banda di teppisti. Nel 1938 si diploma senza troppi entusiasmi alla ”L.A. High School” e a vent’anni abbandona la casa paterna. Inizia così un periodo di vagabondaggio segnato dall’alcol e da una sequenza infinita di lavori saltuari. Bukowski è a New Orleans, a San Francisco, a St. Louis, soggiorna in una pensione-bordello di tagliagole filippini, fa il lavapiatti, il posteggiatore, il facchino, si sveglia sulle panchine dei parchi pubblici, per qualche tempo finisce perfino in galera. E continua a scrivere. Leggi tutto “Biografia di un vecchio sporcaccione”

Charles Bukowski

 

Bukowski non sa vestire, Bukowski non sa parlare, Bukowski ha paura delle donne, Bukowski ha lo stomaco in cattivo arnese, Bukowski é pieno di terrori, odia i vocabolari, le monache, le monete, gli autobus, le chiese, le panchine del parco, i ragni, le mosche, le pulci, i depravati; Bukowski non ha fatto la guerra. Bukowski é vecchio, Bukowski non fa volare un aquilone da 45 anni; se Bukowski fosse una scimmia lo caccerebbero dalla tribù…