Dieci frasi che uno scrittore ha sentito almeno una volta nella vita (e che non vorrebbe risentire)

Le abbiamo sentite tutti. Alcune più spesso di altre. In diverse varianti, con parole o concetti simili. Ecco una selezione delle dieci frasi che un autore ha sentito almeno  una volta nella vita e che non vorrebbe mai più risentire!
(ps. La lista non è affatto esaustiva, anzi, non escludo di arricchirla col tempo vista la scelta pressoché sconfinata. Se avete segnalazioni e suggerimenti mandatemeli)

  1. Non leggo autori contemporanei (si è autorizzati a toccarsi)
  2. Non sai quanto mi piacerebbe leggere il tuo romanzo ma non ho mai tempo (Anche se è disoccupato e non si perde nemmeno una puntata di Don Matteo)
  3. Non credo mi piacerà il tuo libro, sai io leggo solo Fabio Volo e il libro di Benji e Fede (Hai ragione, non ti piacerà)
  4. Ma lo trovo in libreria? (No solo dal ferramenta)
  5. Ma ci vai a presentarlo da Fazio? (Oh, guarda ci sono già stato troppe volte, stavolta ho detto di no io!)
  6. (dopo una presentazione) Mi spiace non fartelo firmare ma lo scarico in ebook più tardi, sai a casa non ho più posto dove tenerli… (Il tecnologico salva spazio)
  7. (dopo una presentazione) Ascoltandoti mi è proprio venuta voglia di leggerlo! Domani vado a comprarlo dal mio libraio che mi conosce e mi fa lo sconto. Sempre che tu non voglia regalarmelo… (Il braccino corto)
  8. (dopo una presentazione, a bassa voce) In questa libreria mi sono antipatici. Non gli voglio dare profitto. Lo ordino su Amazon che mi costa pure meno (L’amico del Giaguaro)
  9. Sai quanti ne ho da leggere? Quando li ho finiti, compro il tuo. (Aspetta e spera…)
  10. Ma scherzi? Io l’ho già letto il tuo libro! Carino. Ora non mi ricordo il titolo ma dimmi la verità: l’hai scritto davvero tu? (Mentendo sapendo di mentire)

 

 

 

 

Sei ragioni – più una – per cui gli scrittori vanno ai festival letterari

Alzarsi all’alba. Fuori diluvia pure. Prendere un metrò, poi un autobus e un aereo. Atterrare e, di nuovo, salire su un bus che ti porterà finalmente a destinazione, magari dopo un’ora di viaggio. Una volta lì, attendere il proprio momento, salire sul palco, presentare il proprio libro e poi prepararsi per la stessa trafila,  al contrario, per ritornare a casa.
Spesso è questa la giornata tipo di uno scrittore invitato a un festival letterario.
La domanda che sorge spontanea è: perché lo fa?
Ecco sei possibili risposte (che in tanti non ammetteranno mai):

  • Per le copie vendute
  • Per gli articoli sui giornali
  • Per vistare posti nuovi senza spendere una lira
  • Per nutrire il proprio ego
  • Per andare a pranzo\cena (e farsi dei selfie) con autori famosi
  • Per sedersi davanti a un pubblico numeroso che normalmente non si avrebbe

Ognuna di queste risposte è plausibile ma una, in particolare, mi convince più delle altre: per fare rete.
Che poi è la ragione per cui io frequento i festival (due lo scorso weekend LeggendoMetropolitano e Il festival delle Basse) .
I festival sono luoghi in cui si respira un’aria diversa (e ne so qualcosa anche come organizzatore e direttore del NebbiaGialla); momenti fondamentali per uno scrittore dove si fa cultura, si discute di cultura ma, sopratutto, (repetita iuvant) si fa rete. Occasioni dove ci si confronta con qualcuno che fa il tuo stesso mestiere con cui puoi discutere di editoria, di vendite, di promozione, di recensioni, di agenti letterari, di scrittura, di personaggi, di tendenze letterarie, di progetti passati e futuri…

Roversi, Polidoro e Ricciardi al Festival delle Basse 2016
Roversi, Polidoro e Ricciardi al Festival delle Basse 2016

Insomma: andare ai festival è faticoso ma ti arricchisce.
Sai che quando parteciperai a un festival non saranno il numero di copie che venderai che ti cambieranno la vita. Probabilmente dormirai poco e berrai troppo. Quello di cui però puoi stare certo è che ti confronterai con progetti nuovi ma, soprattutto, ritornerai a casa con un bagaglio di esperienze e di conoscenze accresciuto rispetto a quando eri partito. Sarai solo un po’ più stanco ma ne sarà (quasi sempre) valsa la pena.

L’importante è finire (il nuovo romanzo)

Quando arrivi in prossimità della deadline – cioè la fatidica data di consegna del tuo nuovo romanzo – pensi a molte cose.
Innanzi tutto se hai fatto un buon lavoro e se la gente là fuori sarà davvero interessata a leggere quello che tu, con tanta fatica, stai finendo di scrivere. Di rileggere, di limare…
Quindi ti convinci che, comunque, il traguardo è ancora lontano visto che manca ancora la fase di editing, la correzione delle bozze e così via.
Generalmente si arriva sfiniti a questo punto. Almeno per me è così: devo consegnare a fine mese e le mie ultime settimane sono state davvero intense al punto che vedo Radeschi e la sua vespa gialla ovunque!
Ciò nonostante io preferisco, da sempre, lavorare con una scadenza precisa. Mi permette di focalizzare l’obiettivo, di pianificare tempi e modi, insomma di organizzarmi al meglio.

riscrivereQuattro stesure

Attualmente sono alla fase di revisione\riscrittura del testo. Penso che prima della consegna avrò fatto almeno quattro stesure del romanzo. E ne prevedo altrettante, dopo.
Essere insoddisfatti credo faccia parte del mestiere di scrivere. Solo gli sciocchi possono pensare che sia (sempre) buona la prima. Scrivere è fatica e, come ho già detto, scrivere significa sopratutto riscrivere.

sollievoUn momento di sollievo

Quando finalmente invii il manoscritto ti senti come liberato da un peso, leggero. Questo stato di spensieratezza, però, dura solo qualche giorno. Poi cominci a interrogarti: piacerà il mio libro all’editor? E ai lettori?
A questo punto comincia un’altra lunga attesa: il tuo lavoro, se va bene, arriverà in libreria dopo quattro o cinque mesi, a volte anche di più…
E siccome su questo non hai nessun controllo non ti resta che concentrarti su quello che puoi fare nell’immediato vale a dire: rileggere, correggere e consegnare.
Come in quella canzone di Mina il mio mantra attuale dunque è: l’importante è finire

Scrivere significa soprattutto riscrivere (anche parecchie volte)

L’essenza della scrittura è la riscrittura, vale a dire il continuare a mettere mano al proprio testo (lungo o corto che sia) finché si è conviti di averlo reso perfetto.
Come sapete, spesso mentre scrivo twitto (pessima abitudine lo so ma mi aiuta a distrarmi un attimo).
In questi giorni (e fino alla fine del mese quando incombe la deadline, ovvero la data di consegna), sono alle prese con il capitolo finale del nuovo romanzo (se volete qui c’è spiegato tutto quello che dovete su sapere come si chiude degnamente un libro giallo) e, forse rapito dal sacro fuoco della creatività, mi sono lanciato in alcune considerazioni che riguardano lo scrivere. Per ora si tratta di semplici appunti poi magari gli darò una qualche forma, forse in ebook, chissà.
Un paio di giorni fa ho scritto un tweet (che è stato parecchio commentato e condiviso anche su facebook). Eccolo:

Scrivere significa soprattutto riscrivere. E poi di nuovo. E poi ancora. Quelli a cui basta una singola stesura non fanno questo mestiere.
Scrivere significa riscrivere

Scrivere = riscrivere

La cosa non dovrebbe stupire nessuno. Almeno gli scrittori veri, rodati, quelli che fanno questo mestiere con serietà.
Scrivere (per pubblicare, se tenete un diario segreto state pure sereni…), dunque, significa soprattutto riscrivere. Fino allo sfinimento.
Mi capita, a volte, di arrivare quasi a odiare il testo dopo l’ennesima revisione.
A quel punto lo lascio riposare e quando lo riprendo in mano (dopo giorni o anche settimane) capisco che ho fatto bene, che era giusto così. Necessario.

Ripartire da zero?

Qualcuno mi ha chiesto ma riscrivere significa rimaneggiare la prima stesura o ripartire da zero?
Dipende. Sicuramente la prima stesura avrà parti già buone ma molte da buttare e rivedere. Quindi non proprio da zero ma diciamo almeno il 50% anche se questo dipende da autore a autore. Da quanto uno è critico (se lo siete non può farvi che bene!) con sé stesso quando scrive.
Molti sono convinti di aver la scienza infusa e credono che ogni loro frase sia perfetta così come l’hanno scritta la prima volta di getto…

Questione di metodo

Tutti hanno il proprio metodo.
C’è chi attende spasmodicamente il parere dell’editor (e magari gli sbologna pure gran parte del lavoro di riscrittura);
Chi vuole consegnare un lavoro perfetto;
Chi lo fa leggere a qualcuno di fiducia, ne ascolta i commenti e poi rimette mano al testo;
Insomma: non esiste un sistema infallibile e uguale per tutti.

Io come faccio

Per quanto mi riguarda io sono maniacale: la stesura che consegno all’editore e quanto più vicina possibile a quella che andrà in libreria.
Ed è per questo che riscrivo tutto un sacco di volte.

Il capitolo finale di un romanzo: il momento in cui la nebbia si dirada

Sono alle ultime battute del nuovo romanzo che, dopo tanti anni di assenza, vedrà come protagonista Enrico Radeschi. Non voglio però parlare di questo adesso (avrò modo e tempo per farlo diffusamente più avanti) ma di quanto sia importante il finale di un romanzo giallo.
poirotE non mi riferisco soltanto alle ultime righe (cruciali proprio come le prime della prima pagina) ma dell’ultimo capitolo nella sua interezza.
Nei romanzi gialli (il mio sarà un thriller ma insomma il discorso non cambia di molto) il capitolo finale è quello in cui si tirano le fila.
Quello in cui, per intenderci, Hercule Poirot nei romanzi di Agatha Christie faceva lo “spiegone” lasciandoci (quasi sempre) a bocca aperta.
Oggi mi piace pensare che l’ultimo capitolo sia il momento in cui la nebbia si dirada all’improvviso e tutto appare chiaro agli occhi del lettore.
Molte volte ragiono per assunti e mentre scrivo spesso posto dei tweet (pessima abitudine perché bisognerebbe estraniarsi tipo sotto una campana di vetro). Ieri mentre ero (e sono ancora chissà per quanto ahimè) alle prese con l’ultimo capitolo ho postato questo:

Il capitolo finale è sempre il più difficile da scrivere. Dopo aver disseminato indizi pagina dopo pagina ora è il momento della quadratura

Siccome in molti hanno commentato, ritwittato e così via ho deciso di spiegare un po’ meglio il mio pensiero: in quell’ultimo gradino c’è la fatica vera.
Perché? Perché tutto deve tornare.
Hai scritto capitoli e capitoli di trama ricchi di personaggi, di eventi e (si spera) di colpi di scena. Ora, però, è arrivato il momento di tirare i remi in barca e di concludere, d’inserire l’ultimo tassello del puzzle in modo che tutto il disegno appaia finalmente chiaro.
Ne sei in grado?
Non ti sei complicato troppo la vita con tutti quei voli pindarici e quelle alzate d’ingegno che ti parevano “così buone e originali” quando le hai scritte?
Ecco io sono a questo punto. Per affrontarlo al meglio ho deciso di rileggere tutto quello che sta prima e poi di scrivere (o riscrivere) il finale.
Sempre lottando con i sensi di colpa. Sì, perché solo per il fatto, ad esempio, che sto scrivendo queste righe mi sento in colpa perché non mi sto dedicando interamente, anima e corpo, alla stesura del romanzo. Scrivo sul blog quando, invece, dovrei rifinirlo, aggiustarlo, migliorarlo fino all’impossibile ricerca della perfezione. Di questo, però, ne parlerò nel prossimo post (sempre che il senso di colpa non me lo impedisca).

 

Agatha Christie, la signora del giallo

Che sia chiaro: la nostra amica barava sin dal nome: Dame Agatha Mary Clarissa Miller, Lady Mallowan, DBE, nota come Agatha Christie. Comincierò così stasera la mia lezione sulla regina del giallo inglese. Una scrittrice che apprezzo e che mi porto dietro sin da quando avevo dodici anni, dalla Bassa. Ricordo ancora la sfilza di oscar mondadori bianchi e gialli nella libreria da cui avidamente sceglievo le mie letture. La mia serie preferita, naturalmente, è quella con Poirot… La Christie è l’indiscussa maestra del baro, del prendersi gioco del lettore. Come e perché lo spiegherò stasera a Bergamo dove terrò una lezione su di lei. Vedremo come andrà a finire.