Charles Bukowski, una vita di ordinaria follia in ebook

Charles Bukowski: lo scrittore, l’ubriacone impenitente, il donnaiolo, lo scommettitore, il poeta… Da oggi la sua biografia in formato ebook a soli € 0,99 

bukowski vita ordinaria folliaCHARLES BUKOWSKI
Una vita d’ordinaria follia

Biografia essenziale dello scrittore americano

Di cosa si tratta?
Del racconto della vita dello scrittore americano Charles Bukowski, una panoramica sulla sua esistenza di ordinaria follia fra donne, sbronze, corse dei cavalli, reading poetici, film hollywoodiani e lavori saltuari.

Ecco un estratto:

“Smisi di cacare sangue e mi diedero una lista di quel che potevo mangiare e mi dissero che, bere, era la morte mia. Mi avevano detto che senza un’operazione sarei morto.
La mia ultima parola: “Non vado sotto i ferri.”
M’incamminai a piedi sotto il sole per vedere cosa si provava. Mi sentivo a posto. Passavano le auto. Il marciapiede era com’era sempre stato. Ero incerto se prendere un bus o telefonare a qualcuno per farmi venire a prendere. Entrai in un locale per telefonare. Ma prima mi sedetti, e m’accesi da fumare. […] Mi versai la birra in un bicchiere, lo rimirai un momento, poi lo vuotai a metà. La vita mi sembrava già migliore.”

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Un paio di consigli (efficaci e spiegati bene) su come pubblicare il vostro primo libro

La scrittura, si sa, è croce e delizia. L’ho provato – e continuo a provarlo – sulla mia pelle. E me ne rendo conto anche dalle mail che ogni giorno ricevo da voi lettori. Oggi, in particolare, mi scrive una persona molto scorata.

Mi permetto di scriverle con un leggero tono polemico: tutto quello che dice nei suoi articoli è sacrosanto e dannatamente ovvio, dalle prime trenta pagine alla revisione finale, fino al self publishing passando per tutto il resto. Il problema rimane che SE NON SEI NESSUNO, NESSUNO RESTI. Glielo dico forte dell’esperienza personale, delle porte in faccia, delle quasi denunce per stalking (esagero, ma è una battuta sul suo articolo relativo al “corteggiare” la persona giusta per arrivare in cima alla pila), dalle proposte a pagamento, dei crowdfunder (che sono, a mio avviso, i PEGGIORI della categoria) che dicono che lasciano scegliere il pubblico invece sono loro a decidere e si fermano al sottotitolo, fino alle richieste disperate di aiuto a chi vedo pubblicato da grosse case senza risposta.

Scoraggiarsi fa parte di questo mestiere. E anche deprimersi. Davvero: penso che le persone sempre felici non perdano tempo a scrivere perché hanno sempre qualcosa di meglio da fare.
Anche agli scrittori più famosi succede di avere il morale sotto le scarpe: ne sono stato testimone più volte. Qualche esempio? Vendono cinquantamila copie ma rosicano perché qualcuno ne vende il doppio; magari sono terzi in classifica ma vorrebbero essere primi e si deprimono; alla loro presentazione ci sono cento persone ma a quella del loro “rivale” ce n’erano duecento… E potrei andare avanti a lungo.
La mail prosegue così:

Detto questo, quello che volevo dirle io, con rispetto ma amarezza – e magari pure invidia – è che è facile dare consigli dall’alto dei cieli, consigli ovvi, belli sì ma scontati, che non mi portano a niente. Perché se io ho la storia originale e scritta bene, la scrivo, la rileggo dieci volte e più, ho l’amica che mi corregge la bozza, il marito che mi dice “qui forse potresti mettere diversamente …”, mi faccio le copertine da sola perché sono in grado e ne ho i talenti, propongo a destra e a manca e le prime trenta pagine sono una “bomba”, così come pagina 69, chiedo l’amicizia a chi penso e spero possa aiutarmi (e questo non mi prende per una stalker), ma continuo ad essere ignorata a discapito di ricette vegane e oroscopo, allora la scongiuro, mi faccia un blog dove mi dice “veramente” cosa posso fare perché per una volta, una sola, qualcuno si accorga di me e di un lavoro che mi ha tenuto in vita e che – a questo punto – potrebbe essere la mia unica fonte di sostentamento (i motivi non glieli sto a raccontare, aspetto di dirli a Fazio …).

Ora potrei rifilarvi la solita storiella che Kafka ha avuto successo solo dopo morto (e così via, cambiate il nome con un altro autore riscoperto solo dopo essere passato a miglior vita) ma non lo farò.
Posto che pubblicare non è un diritto inalienabile io vorrei che teneste presente un punto: in Italia si pubblica troppo e non si legge affatto. Vengono sfornati ogni anno circa 60 mila volumi di cui la maggior parte non vende quasi nulla. Ora: anche voi esordienti come vi sentite quando entrate in libreria? Io direi spaesati di fronte a questa immane distesa di libri. Come fate a scegliere? Li sfogliate tutti? O leggete delle pagine a caso come gli editor che li hanno scelti? O, semplicemente, vi lasciate ispirare da quello che vi incuriosisce (copertina, titolo, quarta di copertina cioè tutti elementi che un autore NON controlla)?

publishing

Consiglio numero 1

Ecco io dico di puntare su questo: incuriosire il lettore e quindi, prima, anche l’editor. Riassumete in una lettera di presentazione di massimo dieci righe la vostra storia e i relativi punti di forza, del perché sia così originale. Se vi rendete conto che dovrete aggiungere “leggila e capirai” avete già fallito: in quelle righe ci deve essere qualcosa che “obblighi” l’editor a leggere. Lui non ha tempo ma cerca disperatamente la storia “nuova”, quella che nessuno ha ancora mai scritto. Non che dico questo sia giusto, non lo è affatto: riporto solo un fatto. Avete una storia così? No, allora sarà più difficile pubblicare. Non dico impossibile ma più complesso quindi forse vale la pena provare con il prossimo consiglio.

Consiglio numero 2

L’altra strategia che potete adottare (che è poi anche quella che ha portato il sottoscritto a pubblicare) è di dedicarvi a un testo di saggistica o a un manuale prima della narrativa troppo inflazionata. Non storcete il naso: anche quella è scrittura. Le scrivanie degli editor di saggistica\manualistica sono incredibilmente più sgombre di quelle dei loro colleghi di narrativa. Loro sono sempre disponibili a valutare le idee e se gli piacciono le sviluppano in un tempo davvero ristretto. Pensate all’intestino felice o al magico potere del riordino che hanno venduto milioni di copie nel mondo…
Avete una passione forte? Per uno scrittore, per uno sport, per una moda, per quello che volete voi. Ebbene scrivete il progetto e un capitolo di prova. Basta questo all’editor per vedere se si tratta di un’idea vincente (o perlomeno che lui crede vincente).
A me è successo grazie alla mia passione per Charles Bukwoski: ho raccolto i suoi aforismi in una busta e li ho spediti a un editore insieme a una lettera di presentazione e a una prefazione. Un mese dopo mi ha chiamato e ho esordito con questo Millelire. A cui è seguito questo saggio, sempre su Bukowski. A quel punto avevo un editore a cui proporre (sapendo che lo avrebbe letto) il mio primo romanzo: Blue Tango.
E credetemi: questa è vita vissuta non un consiglio piovuto dall’alto dei cieli.

Sindrome da Clark Kent ovvero pubblicare con pseudonimo

Avete scritto un romanzo. Avete anche trovato l’editore (magari mettendo a frutto questa strategia) e ora siete assaliti da un dubbio: pubblicare col vostro nome o con uno pseudonimo?
L’argomento, come accade ultimamente, mi è stato suggerito da uno di voi che mi ha scritto:

Mi sto avvicinando alla pubblicazione tramite il crowdfounding e vorrei usare uno pseudonimo.

Personalmente non sono contrario agli pseudonimi. Se siete esordienti, poi, di controindicazioni non ne vedo molte: semplicemente preferite un nom de plume al vostro, come Superman. Legittimo. Certo se scegliete uno pseudonimo straniero il discorso è differente. Mi spiego: se il vostro romanzo è ambientato a Roma e l’autore che l’ha scritto è chiaramente un italiano il fatto che il nome in copertina sia John Brown a me, come lettore, suona strano. E anche fastidioso.
Se invece ambientate la vostra storia in una realtà distopica o scrivete una saga fantasy i cui protagonisti hanno anche loro nomi strani tipo Ugurz be’ uno pseudonimo straniero ci sta tutto.
Il nome in copertina conta quando avete già un venduto alle spalle (come lo definiscono gli addetti ai lavori) all’esordio potete giocarvela.
C’è però una controindicazione.
Il limite di questa operazione per un esordiente è: volete apparire e quindi presentare il vostro romanzo o tenere segreta la vostra identità (che poi sarebbe la ragione per cui avete scelto lo pseudonimo)?
Se la riposta è la seconda tenete presente che ben pochi editori – a meno che non vi siano ragioni particolari che lo giustifichino – vi permetteranno di rimanere nell’ombra; oggi un libro bisogna presentarlo e, specialmente all’inizio, un autore ha bisogno di stare sotto ai riflettori.

Il self publishing è una buona idea?

Sulla scorta del mio post su come “scelgono” i manoscritti gli editor e anche sulla difficoltà di agganciare gli stessi, un lettore mi chiede lumi riguardo al self publishing:

La pubblicazione on line può essere valida? Magari con Amazon?

La mia risposta è: dipende.  Trovo il self publishing ottimo per racconti e testi brevi e meno efficace per i romanzi.
Pubblicarsi da soli un romanzo, secondo me,  fatte salve le solite eccezioni, è un’impresa destinata ad ottenere risultati modesti.
Tutti – esordienti ed autori affermati – hanno bisogno di due figure fondamentali (che solo una casa editrice seria può mettervi a disposizione): un editor che lavori sul testo insieme a voi e un bravo correttore di bozze che “ripulisca” il testo da tutti gli ORRORI ortografici e grammaticali.
Se vi auto-pubblicate il vostro romanzo conterrà quasi sicuramente dei refusi (molti refusi e il lettore arriccerà il naso) e, in alcuni passaggi, risulterà farraginoso o poco chiaro (un editor generalmente vi fa riflettere sul testo e anche riscriverne delle parti per migliorarle).
Gli stessi problemi, certo, li potrete riscontrare anche con un racconto ma sicuramente in misura minore e, ritengo, tollerabile. Pubblicarlo vi darà comunque visibilità e anche la possibilità di farvi conoscere. Lo potrete mettere autonomamente su Amazon a un prezzo competitivo (€ 0,99 o anche gratis per un periodo, cosa che non vedrei bene per un romanzo).
Personalmente mi sono cimentato in un esperimento simile auto-pubblicandomi un racconto dal titolo Il diavolo della Tasmania in lingua inglese su tutti gli store Amazon (qui tutta la spiegazione e qui un primo bilancio dell’esperimento che vi invito a leggere).
Prima di buttarvi nell’impresa, però, permettetemi di darvi un ultimo consiglio: considerate l’idea di farvi disegnare una bella copertina (ho spiegato qui quanto sia importante).

 

 

La confraternita dei lettori è già un successo

Il risultato è davvero esaltante: cercavamo cento lettori per la confraternita dei lettori e le vostre richieste sono state il doppio!
Grazie, grazie davvero. Ora, però, a noi spetta l’ingrato compito di dover scegliere la squadra dei cento lettori che leggerà in anteprima il romanzo La confraternita delle ossa (Marsilio) e non sarà semplice. Ci prenderemo qualche giorno per farlo e poi invieremo a tutti i partecipanti una mail con il responso.
Per il momento vogliamo davvero ringraziarvi per la fiducia e l’entusiasmo già dimostrato… e dobbiamo ancora cominciare!
Non osiamo pensare a quante belle cose verranno fuori nel gruppo riservato su Facebook che verrà attivato per confrontarci!
Ancora grazie! Anche da parte di Enrico Radeschi!

E se le società segrete esistessero ancora?

Nel racconto inedito (che potete scaricare gratis ancora per poco tempo) Delitto nella stanza chiusa il protagonista Enrico Radeschi si trova alle prese con una società segreta, l’Impossible Society.

Ma esiste davvero o è solo un’invenzione? Stando alle nostre accurate ricerche pare proprio che questa “setta” sia ancora attiva e abbia una sede in corso di porta Ticinese a Milano dove i più temerari possono andare a dare un’occhiata…

delitto stanza chiusa

Quanto alla segretezza, tuttavia, possiamo dire che oggi molti dettagli sono venuti alla luce grazie proprio a Radeschi e alla sua indagine. Se volete saperne di più su questa società segreta e leggervi il racconto be’ non dovete far altro che cliccare qui.